Che cos’è la spiritualità cristiana

Che cos’è la spiritualità cristiana

20 Giugno 2021 Off Di Paola

Il senso della spiritualità cristiana non è particolarmente difficile da intuire: bisogna vivere pensando e offrendosi a Cristo e al prossimo, operando in conformità ai precetti evangelici e a favore di chiunque possa aver bisogno del nostro personale aiuto materiale e spirituale. Tuttavia, bisogna riconoscere che il termine “spiritualità” ha assunto storicamente e può assumere diversi e contrastanti significati, per cui alla fine esso appare ben più problematico di quanto generalmente non si pensi. La Chiesa, per molti secoli, assecondando una tradizione repressiva che risale a papa Innocenzo III, ha favorito un’idea di spiritualità contrapposta a tutto ciò che è carnale, sino al punto di ingenerare nella coscienza dei fedeli la convinzione che, per essere persone spirituali, occorra guardarsi da tutte le gioie del mondo e dalla felicità che può derivare dai nostri sensi. Alcuni teologi, nell’evidenziare questo aspetto della teologia cattolica, colgono sempre l’occasione per stigmatizzare il presunto pensiero retrogrado della gerarchia ecclesiastica, dando ad intendere che, fosse per loro, la Chiesa sarebbe tutt’altra cosa, a cominciare dal fatto che sarebbe molto più comprensiva e aperta sui problemi della sessualità e su quelle presunte “beatitudini” terrene che sono connesse ad un libero e sereno esercizio dei nostri sensi (cfr. frate Alberto Maggi, Da “siate santi a siate compassionevoli”. La proposta di Cristo, testo della relazione tenuta presso il centro mariano “Beata Vergine Addolorata” di Rovigo il 24-25 gennaio 2009).

E’ chiaro, no? Dunque, come molti credenti ancora in grado di fare buon uso del proprio intelletto converranno, è sperabile che questi teologi un po’ disinvolti trovino sempre dei contrappesi adeguati in seno alla compagine ecclesiale. Non che non siano giuste certe loro osservazioni, ma quello che non convince è lo spirito del loro dire, non privo di una qualche saccenteria censoria, in rapporto a questioni che, con o senza modernità, restano obiettivamente delicate e complesse per veri uomini di fede.

Che la sessualità debba essere esercitata liberamente implica, nel contesto polemico cui si fa qui riferimento, che ognuno possa fare in sostanza quello che vuole, come e quando vuole. E, francamente, non è proprio questo che può elevare la spiritualità del credente in Cristo. Anche questa storia della felicità cui si avrebbe pieno diritto per autorizzazione stessa di nostro Signore non è né vera né originale nella formulazione che ne viene proposta, perché il cristiano cerca continuamente la sua felicità non assecondando i propri istinti ma attraverso una continua purificazione della propria naturale pulsionalità esistenziale in generale, sapendo che la felicità celeste, che è di gran lunga superiore a quella umana, esige un costante combattimento contro tutti gli atti che possono contribuire ad ingigantire la nostra personale egoità. Si ricordi l’insegnamento di Cristo: chi vorrà salvare egoisticamente la propria vita, la perderà, ma chi perderà generosamente la propria vita per causa sua la troverà. Questo vale per tutti gli ambiti e le manifestazioni della nostra vita.

Poi, certo, non c’è motivo di non riconoscere che la spiritualità può essere usata in modo mistificante e subdolo, anche se non è il caso di esprimersi con acrimonia e toni stizziti che producono solo l’effetto di accrescere i sospetti reciproci di chi critica e di chi è criticato. Perché, ci si chiede giustamente, la Chiesa insiste moltissimo sui problemi legati alla sessualità e alla sfera delle decisioni e dei sentimenti più intimi mentre appare più indulgente o meno assillante su questioni rilevantissime come la sete di potere e di onori, di denaro e di successo, che sono poi quelle su cui Gesù è intervenuto in maniera particolarmente energica?

Bisogna essere spirituali o più spirituali guardandosi da un uso indiscriminato della sessualità e dal rincorrere certe soddisfazioni pienamente psichiche o carnali (per l’appunto), ma anche guardandosi dall’essere soggetti alle ricorrenti tentazioni del potere, del denaro e della notorietà. Qui a volte, effettivamente, la Chiesa sembra usare due pesi e due misure, o, quanto meno, questa è la percezione comune che si ha del suo comunicare. Perciò, se è vero che la spiritualità non è una realtà umana disincarnata, è altrettanto vero che essa non cresce affatto dove non ci sia consapevolezza delle conseguenze devastanti prodotte dal peccato originale sulla vita individuale e collettiva degli uomini e dove non si abbia la capacità di trasformare, con l’aiuto della grazia divina, la sofferenza e il dolore propri o altrui in occasione di crescita, di riscatto e di progresso spirituale. Il che non significa, evidentemente, rifuggire da momenti di allegria e felicità che sono costitutivi di percorsi esistenziali fondati sulla capacità di amministrare ordinatamente le proprie energie spirituali e di trarre un senso redentivo dalle esperienze personali negative.

Anche il voler polemizzare a tutti i costi contro quella teologia che parla più della morte che della vita e che tratta della vita terrena come di una “valle di lacrime”, forse non è segno di grande saggezza, dal momento che un cristiano coerente non può che cercare di morire giorno dopo giorno a tutto ciò che lo allontana da Cristo e di vedere nella morte terrena non solo un inevitabile e conclusivo punto di arrivo, ma anche e soprattutto l’inizio di una vita gioiosa che non ha più fine. Non si tratta di divinizzare la sofferenza e la morte, allo scopo di ingannare i credenti con l’alimentare la loro speranza nell’aldilà e nella vita eterna e col togliere loro in realtà ogni speranza in questa vita. Ma è in grave errore, sulla base di una serena lettura dei testi evangelici, chi pensa di poter fare della facile ironia a proposito della legittima aspettativa cristiana di una felicità ultraterrena e di un bene spirituale che non può esaurirsi nei beni e nei piaceri di questo mondo.

E’ evidente che Gesù intende la spiritualità anticonformisticamente, trasformando «la lotta contro il peccato in una lotta contro ogni ingiustizia», ma quello che non deve sfuggire è che la prima ingiustizia che l’uomo possa commettere è, evangelicamente, la mancanza di purezza, la mancanza di onestà e di generosità, in ogni sua azione. Per cui, a buon intenditor poche parole. Fare di Gesù un campione di permissivismo solo perché non avrebbe insistito moltissimo su certi tipici peccati carnali (e anche questa è tesi molto discutibile perché alla donna adultera che rischia di essere lapidata egli non dice: “non ti condanno, continua pure a fare tranquillamente quel che hai fatto sinora”, ma: “va e non peccare più”), probabilmente è indice di un’arroganza esegetica che nasconde una tendenza psicologica, non ben controllata razionalmente, a giustificare illecite passioni o errate abitudini di vita. Anche l’affermazione per cui non ci sarebbe «nulla di più inutile che la ricerca di Dio», in quanto Dio dovrebbe essere solo accolto essendo già in mezzo a noi, appare piuttosto incauta e per niente funzionale ad una spiritualità migliore di quella antecedente il Concilio Vaticano II: Maria santissima, pur essendone stata la prima e più autorevole discepola, avrebbe cercato suo figlio per tutta la vita badando sempre a cogliere il senso più profondo del suo messaggio salvifico, mentre per noi non ci sarebbe alcuna difficoltà ad accogliere il Cristo dal momento che accoglierlo significa semplicemente amare concretamente e indiscriminatamente gli altri esseri umani. Che non mi parrebbe proprio il massimo di un serio approfondimento teologico.

Alla fine, non può non risultare decisamente ambiguo e fuorviante l’identificare «la base della spiritualità cristiana» nel fatto che con Gesù «l’obiettivo» non sarebbe «più Dio ma l’uomo». Quanto meno si impone una domanda: in che senso? Con Gesù l’obiettivo della fede rimane l’amore verso Dio, anche se questo amore adesso viene esigendo atti di amore sempre meno formali ed ipocriti e sempre più sinceri e concreti verso il prossimo. La differenza tra vecchio e nuovo testamento non sta nel fatto che prima la fede esaltasse Dio trascurando l’uomo mentre ora la fede esalterebbe prevalentemente l’uomo nella sua necessità di amare l’altro e di essere amato dall’altro. Non è cosí: Dio resta centrale, l’amore verso Dio è pur sempre ciò che rende grande e significativo l’amore verso i nostri simili, in quanto nei nostri simili riconosciamo i figli del nostro Padre comune. Ciò che ci lega o deve legarci affettivamente gli uni agli altri ha la sua motivazione ultima in un sentimento di gratitudine per lo stesso Padre celeste che ci ha creati uguali e diversi perché il suo amore infinito si riverberasse infinitamente nell’amore di ognuno di noi verso gli altri. Non è Gesù a ricordarci che noi dobbiamo essere uniti tra noi cosí come lui e il Padre sono uniti in una relazione di santa spiritualità?

Cosa mai significherà un’affermazione di questo tipo: «Nella spiritualità prima di Gesù l’uomo era orientato verso Dio e per questo non si accorgeva degli altri, nella nuova spiritualità, quella portata da Gesù, l’uomo accoglie Dio e con lui e come lui va verso gli altri, unica garanzia di comunione divina» (frate Alberto Maggi, Da “siate santi a siate compassionevoli”. La proposta di Cristo, cit.). L’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo non sono i due principali comandamenti, citati proprio da Gesù, della vecchia alleanza?

Dopodiché è senz’altro doveroso denunciare ogni uso improprio o strumentale di questo amore verso Dio ed evitare che la spiritualità si trasformi in un semplice privilegio o in una sorta di lusso che, a dire il vero, si sono concessi e continuano a concedersi diversi uomini di chiesa, i quali nel sacerdozio hanno trovato e trovano più che una condizione umana e spirituale di perenne mortificazione e indefessa e faticosa dedizione al regno di Dio un modus vivendi certamente rispettabile e forse utile ma tutto sommato privo di insidie e di particolari asperità esistenziali. La spiritualità cristiana è invece una spiritualità che esige un annuncio non meramente consolatorio e moralistico del vangelo ma un annuncio realmente liberatorio di esso. In tal senso, per esempio, non si tratterà di accettare certe forme oggettive e dolorose di povertà, ovvero di privazione di beni materiali e immateriali necessari, come vie ineluttabili di sicura redenzione. Né si tratterà di riservare a chi è rimasto più indietro di noi solo la nostra pietà. Il Signore non dice ai poveri: non vi lamentate della vostra povertà, perché un giorno sarete felici; ma, senza minimamente togliere loro il diritto e la speranza di migliorare la loro condizione umana, esorta i poveri di fatto e coloro che con il loro spirito di carità e di condivisione siano disposti a farsi poveri davanti a Dio e agli uomini, a non disperare mai del loro stato di indigenza perché non saranno mai dimenticati da Dio stesso e sono già pieni della sua grazia, della sua presenza.

Tutto ciò, però, non toglie affatto il valore salvifico di ogni rinuncia, di ogni sacrificio indirizzato a rendere più sobria e misurata la propria vita, a subordinare una possibile ma illusoria felicità terrena ad una vera e piena felicità celeste. E, su questo punto, non si può non registrare una netta divergenza da certo sensazionalismo teologico che punta a persuadere la gente che, no, tutto quello che possiamo prendere per la nostra piena felicità su questa terra (il sesso, la comodità, i piaceri), possiamo e dobbiamo prendercelo tranquillamente purché siamo in grado di reprimere i veri vizi dello spirito come la cupidigia, l’invidia, la gelosia. Il problema è che questa teologia “avanguardista” non sembra comprendere che nell’uomo tutto si tiene e che, quindi, se in lui c’è un uso eccessivo o disordinato della sessualità o una disinvolta e spensierata accettazione di comodità e piaceri offerti da determinate opportunità di vita, sarà molto difficile che egli sia poi in grado di mantenersi veramente libero da quelle che sarebbero le vere schiavitù mondane (il potere, gli onori, il successo ecc.). E’ inutile ironizzare sul fatto che chi abbia subìto una disgrazia ritenga di dovere poi utilizzarla come occasione di personale purificazione e riscatto personale. Perché una cosa del genere non dovrebbe avere a che fare con una sana vita spirituale?

Non bisogna crearsi troppi sensi di colpa: è vero. Ma se uno, oltre che tendere alla felicità altrui, vuole sforzarsi di offrire anche le proprie sofferenze e le proprie angosce a Dio con spirito penitenziale, perché mai dovrebbe essere malato spiritualmente? Siamo noi che non capiamo o sono questi nostri fratelli teologi che non si fanno capire? Siamo noi che non capiamo o sono loro a sbagliare quando giungono a dichiararsi stupiti «nel sentire che ci sono ancora parroci che fanno recitare alla gente l’atto di dolore. Ma vi rendete conto? A 40-50 anni dal Concilio ancora l’atto di dolore?» (Ivi). E’ francamente difficile comprendere perché dia tanto fastidio la recita dell’atto di dolore. Se uno va a confessarsi è più che naturale che si senta addolorato per i peccati commessi: cos’altro dovrebbe dire al Signore se non il proprio pentimento per il male commesso con relativa richiesta di perdono? E poi cosa c’entra il Concilio con la giusta sopravvivenza di questa antica e bellissima preghiera cristiana?

Un teologo che dice che Gesù contrappone all’imperativo del vecchio testamento: “siate santi come io sono santo”, il suo nuovo imperativo: “siate misericordiosi come lo è il Padre vostro”, suscita forti perplessità. Uno che è misericordioso non può essere santo, non è santo, non può legittimamente aspirare ad esser santo come Dio si aspetta che lui faccia? Ma si legge: «Attenti alla spiritualità della santità, attenti alla spiritualità dell’uomo che cerca Dio perché questo lo conduce ad essere completamente ateo, refrattario a Dio perché l’uomo che cerca Dio si innalza verso Dio. Ma Dio non sta in alto, sta in basso ed è sceso a livello degli uomini per mostrare agli uomini la sua compassione». Anche qui si stenta a capire la profondità di quest’affermazione e la linearità di quella seguente: «il Padre è un padre che ama i suoi figli indipendentemente dalla loro condotta e il loro comportamento, questo è il Padre». Ma, si potrà giustamente eccepire, alla fine non c’è un paradiso, non c’è un inferno? Sí, sembrerebbe essere la risposta, ma il loro significato è puramente pedagogico, quindi ben lontano da quel significato terroristico con cui tradizionalmente vengono presentate queste espressioni evangeliche. Avete capito? Se avete capito, preghiamo insieme il Signore affinché conceda alla sua Chiesa la capacità di difendersi in modo adeguato da errori che ognuno di noi può facilmente commettere.

Fonte: http://www.foglimariani.it